La festa del saluto che vorrei:
una questione di coerenza educativa
Chi mi segue da tempo sa che nella nostra scuola l’educazione emotiva non è un progetto inserito nell’orario, né quell’ora della settimana dedicata alle emozioni.
È l’aria che si respira ogni giorno, il modo in cui scegliamo di stare con i bambini e di costruire le relazioni.
Per questo, ogni giugno, la festa di fine anno diventa una sorta di banco di prova ma per noi adulti, non per i bambini.
Una festa, anche la più semplice, racconta molto più di quanto immaginiamo. Racconta chi siamo quando smettiamo di spiegare la nostra idea di educazione e iniziamo semplicemente a viverla, rivela quali sono davvero i nostri valori e ciò che conta quando nessuno ci sta valutando. I bambini tutto questo lo colgono benissimo, anzi, spesso molto meglio di noi.
Proprio per questo mi sono trovata a fare una riflessione: se per dieci mesi lavoriamo sulla relazione, se ogni giorno ricordiamo ai bambini che il processo vale più del prodotto, che l’errore è un’occasione preziosa per imparare, che ognuno ha i propri tempi e che il corpo è un linguaggio, perché proprio alla fine dell’anno dovremmo chiedere loro una prestazione?
L’immagine la conosciamo tutti: bambini messi in fila, vestiti uguali, chiamati a recitare una poesia imparata a memoria davanti a quaranta telefonini alzati. Ogni volta mi domando se non ci sia una profonda incoerenza educativa in tutto questo.
È come dire a un bambino: «Per mesi ti ho raccontato che ciò che conta è il percorso, ma adesso, alla fine, quello che mi interessa davvero è che tu faccia bella figura. Così anch’io potrò dimostrare di aver fatto un buon lavoro.»
Per me una festa di fine anno è coerente quando assomiglia alla scuola che l’ha pensata. Quindi se il nostro quotidiano è fatto di esplorazione libera, di cento linguaggi, di conflitti accolti e attraversati insieme nel cerchio, allora anche quel momento dovrebbe raccontare tutto questo; dovrebbe essere la naturale conclusione di un percorso, non qualcosa costruito seguendo un copione preso in prestito da un saggio di danza.
Il bambino è protagonista quando può scegliere come vivere quella giornata: può accompagnare la mamma a vedere la casetta di legno che ha costruito, fermarsi a giocare nella cucina del fango, correre con gli amici oppure restarsene in braccio perché c’è tanta gente e, quel giorno, preferisce osservare. Non è protagonista perché qualcuno gli assegna il centro della scena, ma perché gli viene riconosciuta la libertà di esserci nel modo che sente più suo.
Da anni mi occupo di educazione emotiva e continuo a vedere la stessa cosa: i bambini tra zero e sei anni sono lettori finissimi del paraverbale. Colgono il non detto con una precisione che spesso noi adulti sottovalutiamo; si accorgono delle spalle tese di una maestra preoccupata che la canzoncina riesca bene, dello sguardo giudicante tra due mamme, della fretta, dell’imbarazzo, di quella tensione che riempie l’aria quando sentiamo di dover dimostrare qualcosa.
Con la stessa sensibilità, però, vedono anche tutto il resto: la complicità tra insegnanti che si passano un vassoio ridendo, un abbraccio spontaneo dopo un anno trascorso insieme, un padre e una madre seduti per terra a giocare con il proprio bambino senza guardare continuamente l’orologio. Vedono una scuola e una famiglia che si riconoscono, si stimano, si fidano l’una dell’altra; non c’è bisogno di dirlo a parole, perché sono gli sguardi, i sorrisi e i piccoli gesti a raccontarlo.
Nella mia idea di festa di fine anno è proprio questa relazione tra gli adulti a occupare il posto più importante.
È la prima educazione emotiva che offriamo ai bambini: vedere gli adulti ridere insieme, collaborare per tagliare una torta, guardarsi con affetto e con stima significa crescere respirando un clima di sicurezza che, molto spesso, vale più di cento laboratori dedicati alle emozioni.
Alle feste di A Piedi Liberi ci si emoziona davvero, e non è una frase fatta. Succede che ci si abbracci forte, che qualcuno si commuova, che scenda qualche lacrima.
Si emozionano le maestre, perché in un anno hanno visto un bambino passare dal silenzio alle prime parole; si emozionano i genitori, che finalmente si concedono il tempo di sedersi per terra a giocare senza guardare continuamente l’orologio; si emozionano le mamme quando vedono la propria figlia correre libera verso la sua educatrice e, in quell’istante, capiscono che affidarsi è stata la scelta giusta.
Non sono lacrime nate da uno spettacolo ben riuscito, ma dal riconoscimento di qualcosa che è stato costruito giorno dopo giorno. Quando la performance smette di occupare il centro della scena, rimangono le persone, le relazioni, e l’umanità ha ancora la straordinaria capacità di commuoverci.
Succede questo quando ci si ferma a guardare un anno vissuto davvero insieme: ci si accorge di quanta strada è stata fatta e di quanto quel tempo abbia lasciato un segno. Per questo non abbiamo paura delle lacrime.
Raccontano che siamo stati bene, che abbiamo costruito legami autentici e che salutarsi, anche solo per qualche settimana d’estate, ha inevitabilmente un piccolo costo emotivo. È il prezzo delle relazioni vere e, se quel momento arriva, significa che qualcosa di bello è accaduto.
Ripeto spesso, anche durante i miei corsi per adulti, che divertirsi è una cosa seria e che il calore non nasce per caso: è una scelta progettuale. A qualcuno l’idea di “divertirsi tutti insieme” può sembrare uno slogan un po’ ingenuo, io continuo invece a considerarlo uno degli obiettivi educativi più importanti, soprattutto nei primi sei anni di vita. Perché divertirsi significa sentirsi al sicuro, muoversi con spontaneità, percepire che il proprio piacere è legittimo, accolto e condiviso.
In una scuola outdoor il divertimento ha spesso il profumo della terra bagnata, dell’acqua, dei vestiti sporchi, delle corse senza una meta precisa, delle risate e degli abbracci. In una scuola bilingue è anche il piacere di passare con naturalezza da una lingua all’altra, senza la paura di sbagliare e senza qualcuno pronto a correggere ogni parola.
Il calore, invece, non si compra con gli allestimenti e nemmeno con una scenografia perfetta. Si costruisce alleggerendo ciò che non serve: l’ansia da prestazione, il giudizio, la fretta, il bisogno di dimostrare qualcosa. Tolto tutto questo, resta ciò per cui quella festa esiste davvero: l’incontro
In conclusione...
A cosa serve, allora, una festa di fine anno?
Per me serve innanzitutto a dirsi grazie. È il momento in cui una comunità si guarda indietro e si riconosce, prendendo consapevolezza del pezzo di strada percorso insieme. È come dirsi, senza bisogno di grandi discorsi: «Quello che abbiamo costruito ha avuto valore. Ci siamo fidati gli uni degli altri, siamo cresciuti insieme e ne è valsa la pena.»
Sono convinta che un bambino entri a scuola con più serenità a settembre se, qualche settimana prima, ha visto la sua mamma e la sua maestra salutarsi con affetto sincero. Per me la verifica educativa più importante è tutta lì
Se dovessi lasciare tre domande ai genitori, per capire se la festa di fine anno della scuola del proprio bambino è stata davvero coerente con il percorso vissuto durante l’anno, sarebbero queste:
Il corpo degli adulti era rilassato?
I bambini percepiscono immediatamente se maestre e genitori sono tesi, preoccupati che tutto riesca alla perfezione o impegnati a rincorrere una scaletta.
L’assenza dell’ansia da prestazione è il primo indicatore di qualità. Una buona festa non si costruisce aggiungendo attività, ma togliendo tutto ciò che non è essenziale.
Se gli adulti stanno correndo per tutta la giornata, probabilmente qualcosa è stato progettato di troppo.
C'era spazio per esserci, oppure soltanto per guardare?
Avere un momento condiviso, un racconto o una scena che accompagni la festa non è il problema. Ma i bambini? Potevano allontanarsi, continuare a giocare, stare in braccio ai genitori, partecipare oppure osservare?
Lo spazio dovrebbe appartenere a tutti contemporaneamente, senza una separazione netta tra chi deve esibirsi e chi deve limitarsi a guardare.
Qualcuno si è commosso senza che nessuno si sentisse in imbarazzo?
Se alla fine della giornata ci sono stati abbracci lunghi, occhi lucidi e bambini che non avevano voglia di tornare a casa, probabilmente quella festa ha raggiunto il suo obiettivo.
La commozione è il segno di una relazione significativa; una festa in cui tutto fila perfettamente, ma nessuno viene toccato davvero, rischia di lasciare un ricordo impeccabile, ma poco vivo.
Ecco perché, per noi, la festa di fine anno di A Piedi Liberi non rappresenta la conclusione di un percorso.
Custodisce il senso di quello che abbiamo costruito insieme e, in fondo, è già il primo passo dell’anno che verrà.


Bellissimo , ho pianto come una bambina . Finalmente qualcuno che si accorge della sensibilità e del rispetto che hanno bisogno i bambini
Grazie <3
Ciao Gianluigi, sì hai ragione! Grazie di avermelo fatto notare