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Genitorialità Consapevole: un bellissimo viaggio che inizia dalla nostra infanzia


Quante volte ci ritroviamo a reagire con i nostri figli in un modo che non avremmo voluto: alziamo la voce, ci irrigidiamo, pretendiamo, puniamo… e subito dopo ci chiediamo perché abbiamo detto e fatto quelle cose e viviamo dei forti sensi di colpa per le restanti ore della giornata.
Sono ad oggi profondamente convinta che la risposta non stia nel presente ma molto più indietro e che il passato guidi il presente.

Diventare adulti non è solo una questione di età anagrafica: lo diventiamo davvero quando iniziamo a guardare con onestà alla nostra storia, in particolare ai primi nostri anni di vita.

 

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Il motivo per il quale tengo così tanto a creare progetti dedicati alla fascia 0-6 in particolare, è la raggiunta consapevolezza che l’infanzia non sia mai un capitolo chiuso nelle nostre vite.

È la base da cui partono le nostre paure di adulti, i nostri automatismi, i nostri modi di relazionarci. Quindi, finché quella parte resta in ombra, senza ascolto e senza cura, continuerà a guidarci dall’inconscio.

Prendersi cura del proprio vissuto infantile non significa “rimanere bambini”, significa invece fare un lavoro di chiarezza: rivedere il percorso che ci ha formato, distinguere cosa ci appartiene davvero e cosa invece abbiamo ereditato. Restituire a ciascuno il peso giusto.

Qualcuno a volte obietta che sia un lavoro faticoso riservato a chi è genitore, invece questo non è un percorso solo per chi ha figli, è un passaggio “umano”.

Tutti portiamo dentro un bambino che ha imparato a difendersi, a compiacere, a temere, e finché non lo riconosciamo, rischiamo di farci comandare da lui.

Dico sempre che solo quando disattiviamo gli automatismi che provengono dalla nostra infanzia, possiamo allora educare con libertà e amore.

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Quando iniziamo a fare luce sulla nostra storia personale, ritroviamo il timone.

Capire da dove veniamo ci aiuta a scegliere consapevolmente dove vogliamo andare, invece di reagire in automatico.

E in più sciogliamo i copioni, cioè quei modelli ripetitivi di comportamento che generano fatica, incomprensione e distanza sia con noi stessi che con i nostri figli.

L’infanzia è come la memoria profonda del nostro essere: è lì che si sono scritte le prime regole su “come si sta al mondo” ed è lì che dobbiamo tornare quando sentiamo di esserci persi, non per restare bloccati, ma per ripartire con occhi nuovi.

Il lavoro che facciamo insieme nei percorsi che costruisco con i miei collaboratori, dice questo: essere genitori consapevoli non significa essere genitori perfetti. Significa scegliere di guardare dentro, con responsabilità e tenerezza.

Proprio per questo, nei nostri incontri e corsi di formazione per genitori ed educatori dedichiamo spazio anche a questo lavoro. Non ci limitiamo a dare “tecniche educative”. Andiamo alla radice.

L’anno scorso abbiamo proprio scandagliato questa parte, con un gruppo di genitori e di educatori abbiamo lavorato in profondità sulle nostre emozioni.
Lo abbiamo fatto attraverso cerchi emotivi e scrittura autobiografica, attività creative e spazi di introspezione: spazi protetti in cui potersi raccontare, ascoltare e riconoscere.
Ci sono stati momenti in cui abbiamo riso insieme, e momenti in cui ci siamo commossi insieme. Perché toccare la propria storia smuove, alleggerisce, fa crescere.

In questi percorsi aiutiamo a riconoscere le reazioni automatiche che nascono dal nostro vissuto, ad accogliere le emozioni del bambino che siamo stati e a scegliere risposte nuove, più coerenti con i valori che vogliamo trasmettere oggi.

Un adulto che si prende cura della propria storia, è un adulto più libero di prendersi cura di un bambino.

Abbiamo ascoltato storie di famiglie in cui l’affetto passava attraverso gesti concreti: un piatto a tavola, un lavoro fatto, una presenza silenziosa. Ma le parole mancavano, “Ti voglio bene” non si diceva.
Da adulti queste persone fanno spesso fatica a esprimere verbalmente le emozioni. Dire “ho bisogno di te” o “mi manchi” può sembrare un’esposizione troppo grande, quasi una debolezza.

Questi modi di stare in relazione non nascono dal nulla. Spesso sono stati appresi: un genitore distante lo era diventato a sua volta perché aveva avuto un padre o una madre che lo era stato prima di lui.

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Non è colpa di nessuno, è una trasmissione che avviene senza parole: attraverso le assenze, i silenzi, le cose che non sono mai state nominate.

E quella catena arriva fino a noi. Inizia a influenzare il modo in cui scegliamo il partner, come reagiamo al conflitto, come diamo affetto ai nostri figli, molto prima che ce ne accorgiamo.

Quando capiamo da dove viene una nostra reazione automatica, possiamo decidere se tenerla o cambiarla. Possiamo imparare un nuovo linguaggio emotivo e possiamo insegnarlo anche ai nostri figli.

La pedagogia consapevole parte proprio da qui: dal coraggio di guardare alla propria storia, non per restare bloccati, ma per educare con più libertà.

Voglio lasciarvi con un messaggio di grande fiducia nei confronti del nostro percorso verso una genitorialità sempre più consapevole: ricordiamoci che ciò che non ci è stato detto una volta, può essere detto oggi ai nostri figli. E ciò che non abbiamo ricevuto, possiamo imparare a darlo

 

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